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Togliamoci dai piedi la normalità

Tornare alla normalità o costruire una nuova normalità? È un dibattito che va molto forte, di questi tempi. Sento molte più voci in favore della seconda scelta, cioè del costruire una normalità nuova, diversa da quella che conoscevamo prima del febbraio scorso. Si tratta di voci che trovo ben argomentate e convincenti.

Non ce ne facciamo molto, della normalità, né di quella di prima, né di quella futura (ammesso che sia realizzabile).

Ammetto che nei confronti della normalità ho una certa diffidenza. ‘Normale’ è un concetto nato nella statistica e lì sarebbe dovuto restare. Invece ha sconfinato nel campo etico, dove ha fatto e continua a fare un sacco di guai. È statisticamente normale conoscere più eterosessuali che lesbiche e omosessuali. Ma che lesbiche e omosessuali vengano considerati ‘problematici’ — o addirittura ‘pericolosi’ — solo perché sono statisticamente meno frequenti, è una cosa senza senso. Eppure lo si è creduto per tantissimo tempo (e mi sa che molti ci credono ancora).

Al di là di questo tema specifico, mi chiedo quanto senso abbia ricercare una qualsivoglia normalità, negli anni a venire. Nel contingente della pandemia, la vicenda sembra ancora altalenante, e chissà per quanto lo sarà ancora.

Penso a un pasticcio che sta montando, su scala ancora più ampia di quello del corona virus — che già non scherza — vale a dire l’emergenza climatica. È vero che ce la si può risolvere facilmente, assumendo una di queste due posizioni estreme. La prima: non è vero nulla, non esiste nessuna emergenza climatica, fine della storia. La seconda: ormai è troppo tardi, non c’è più niente da fare, siamo spacciati, fine della storia. Due modi di pensare a loro modo anche comodi, perché esonerano dall’agire per cercare di risolvere il problema.

Chi sta in mezzo a queste posizioni, cioè spero la grande maggioranza delle persone, cerca invece di capire cosa sta succedendo e cosa può fare. L’imprenditore ragiona su come dovrà cambiare la sua azienda nel giro di un lustro o poco più. Un lavoratore si chiede quanto può andare avanti con le sue competenze. Chi — fortunello — ha soldi da parte e vuole investirli in una casa al mare, si chiede quanto può prenderla vicino al mare. Un genitore si chiede che futuro avranno i suoi figli.

D’accordo, le urgenze quotidiane fanno sì che queste domande non ci rimbalzino nella testa in continuazione. Ma quando proviamo a proiettarci nel futuro — noi, la nostra famiglia, il nostro lavoro — ecco che interrogativi del genere tornano in circolo.

E se possiamo fare delle stime più o meno sensate su quanto tempo ci rimane per visitare (o abitare!) Venezia, non siamo però in grado di prevedere il comportamento degli esseri umani. Come reagiamo, di fronte all’emergenze — tanto come massa, quanto come leader — è sempre un’incognita (e dire che ‘diamo il meglio di noi’ è confortante ma, forse, un pochino illusorio).

Certo, dobbiamo concentrarci sulle cose per cui ‘ne vale la pena’, che sono gli affetti, le passioni, i valori e concentrarci invece su alcuni elementi che potrebbero essere utili per salvaguardarli. Quella che segue non è una top five, sono le uniche cinque cose che mi vengono in mente, per adesso.

  1. Connettersi. Dobbiamo imparare a farlo, soprattutto con chi non la pensa come noi. Che sì, certo, la formazione per migliorare il lavoro di squadra, per cooperare sempre meglio dentro il gruppo è fondamentale, ma non basta. Serve entrare in connessione anche con chi vorremmo evitare, perché non possiamo permetterci il lusso di evitare chi sentiamo lontano da noi.
  2. Istruzione, educazione, formazione. In un modo o nell’altro, credo che dobbiamo insistere nel migliorare le nostre competenze, per essere poi in grado di risolvere problemi (dopo un po’ ho capito che il problem solving non è una disciplina a sé stante, ma un miscuglio di tante competenze messe insieme).
  3. Ribaltare. Dobbiamo essere disposti a ribaltare da un momento all’altro cose di cui siamo convinti e modi di fare consolidati. Perché, alle volte, può essere indispensabile dare il giro a tutto.
  4. Lasciar andare. Avete presente quella cosa su ciò che non possiamo controllare? L’ho sentita dire anche da alcuni psicologi, e più o meno recita così: non ha senso farsi venire ansie per qualcosa che non possiamo controllare. A me è sempre sembrata un po’ strana: quando guardo una partita di pallacanestro, che il pallone entra o esca dal ferro non dipende mica da me, però l’ansia mi viene eccome. Ma penso che dovrò, dovremo, imparare davvero a non farci venire il mal di pancia per qualcosa che va bene o male a prescindere da ciò che facciamo.
  5. Coltivare la curiosità, a prescindere. Ci aspettano parecchie novità, affrontiamole con curiosità, per cercare di capirle, prima di tutto. Daì, che magari qualcosa di quello che arriva può anche essere interessante.

Tutte cose abbastanza normali, no?

Sono un fisico dirottato. In passato tanto nonprofit, oggi formazione e radio. La mia casa, in rete, è www.diffrazioni.it

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