Se il terrorismo fa perdere di vista le priorità

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La sera di sabato scorso ho partecipato a uno 'schiuma-party’ nel camping dove sono in vacanza da qualche giorno.

Mentre dal palco proveniva una musica assordante e orribile un cannone speciale faceva ogni tanto cadere sui partecipanti una pioggia di schiuma.

Sulle spalle avevo mio figlio di quattro anni. Mi preoccupavo del grande rumore, dei laser che potevano puntare ai suoi occhi, mentre non temevo di cadere: la calca era tale che, anche se avessi perso l’equilibrio, mio figlio difficilmente sarebbe finito a terra.

Lui, mio figlio, si stava divertendo come un pazzo ed è per questo motivo che sono rimasto alla festa almeno un tre quarti d’ora.

E mentre stavamo lì ad aspettare la successiva dose di schiuma, ho pensato: 'un attentato, qui, adesso, farebbe un bel macello’.

Ma non mi è venuta voglia di venire via, la spinta principale alla fuga continuava a essere la musica a un volume alto al di là di ogni ragione.

Però il pensiero mi è venuto. Il pensiero dell’attentato, intendo, e ci ho riflettuto ancora, il giorno dopo.

Non sono in grado — credo che nessuno lo sia — di valutare la portata dell’onda di terrorismo che ha raggiunto l’Europa (seppure in forma estremamente ridotta rispetto a diversi paesi africani e asiatici).

Però credo che mio figlio rischi — e rischierà, nei prossimi anni — di farsi male soprattutto in un incidente stradale. Se fosse una femmina dovrebbe stare attenta in primo luogo alle violenze del suo futuro compagno. Se sarà gay, pur sperando che le cose cambino in meglio, da qui a quando scoprirà il suo orientamento sessuale, dovrà guardarsi dall’intolleranza omofoba (che certo non è prerogativa di fanatici stranieri). E se mai volesse andare a vivere negli Stati Uniti, sarà la diffusione indiscriminata e incontrollata delle armi da fuoco a mettere a rischio la sua incolumità, più di ogni altra cosa.

Con questo non voglio dire che il pericolo del terrorismo sia sovrastimato, e auspico che alla prevenzione degli attentati vadano le risorse necessarie.

Solo spero che quanto sta accadendo non ci faccia perdere di vista le priorità della nostra società moderna e — si spera — ‘illluminata’.

Qualche anno fa assistetti a una conferenza del direttore di actionaid Afghanistan. Spiegò che le forze straniere intervenute nel suo paese dopo gli attacchi dell’11 settembre 2001 avevano speso tantissimi soldi per militarizzare l’Afghanistan e pochissimi per favorirne lo sviluppo sociale ed economico.

Il fallimento di questo approccio è evidente. Cerchiamo di non ripetere lo stesso errore anche in Europa.

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Sono un fisico dirottato. In passato tanto nonprofit, oggi formazione e consulenza. Provo a raccontare il mio lavoro su www.diffrazioni.it

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