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Evocare, far immaginare qualcosa con ricchezza di dettagli, è una capacità straordinaria. Ce l’hanno le persone che sanno narrare, e io le invidio molto. Qualche giorno fa mi sono imbattuto in una di queste persone. Non ne conosco il nome, so solo che di mestiere faceva la guida in un museo.

In questo periodo, con alcuni colleghi, stiamo realizzando una escape room digitale. Non è la prima in cui ci cimentiamo, ne abbiamo già fatte altre, perché sono delle opportunità per allenarsi a fare squadra e a risolvere problemi insieme, nonostante la distanza fisica. Sono occasioni di networking, insomma, in un periodo in cui fare networking stando nello stesso ambiente è difficile.

Quella a cui stiamo lavorando ora è una escape room ambientata nell’Hermitage di San Pietroburgo. Ed è documentandoci su questo che è uno dei più importanti musei del mondo, che abbiamo scovato uno straordinario narratore.

L’Hermitage, con il suo patrimonio di opere d’arte, è stato più volte a rischio. Il momento peggiore, probabilmente, l’ha vissuto durante la II Guerra Mondiale. Per Hitler, la presa di Leningrado — così si chiamava allora San Pietroburgo — è un obiettivo irrinunciabile.

Con i nazisti alle porte, la direzione dell’Hermitage prende una decisione drastica: bisogna svuotare il museo, bisogna portare al sicuro il maggior numero di quadri possibile. Ma le opere d’arte da salvare sono davvero tante e, poi, hai voglia a trasportare tutte quelle enormi cornici. Allora le tele vengono smontate, in qualche caso arrotolate, e imballate. Le stanze dell’Hermitage, ora, sono piene di cornici vuote.

In tutta fretta, due treni pieni di capolavori abbandonano la città e si dirigono verso est, verso gli Urali. Si carica anche un terzo treno, che però non fa in tempo a partire: l’assedio di Lenigrado è cominciato.

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Hitler, con la sua folle fiducia nella guerra lampo, crede che Leningrado cadrà in fretta. Quell’assedio, invece, è il più duraturo di tutto il conflitto, passano novecento giorni, prima che gli assalitori vengano respinti. Un periodo lungo, in cui la città riesce a trovare una surreale normalità. Tant’è che alcuni soldati sovietici vengono mandati nel centro della città a prendere fiato, affinché si possano allontanare per qualche giorno dagli orrori del fronte.

Ed è a questo punto che entra in scena il grande narratore. Una guida dell’Hermitage offre ai soldati una visita del museo. Possono entrare nel palazzo, e questa è già un’esperienza notevole, per delle persone comuni. Le operte d’arte però non ci sono. I quadri non ci sono, ci sono solo cornici, e allora la guida racconta quello che, sino a qualche mese prima, quelle cornici contenevano.

La guida riesce a narrare senza i protagonisti delle sue storie. Gli basta il contorno.

Racconta Il suonatore di liuto di Caravaggio. La fuga in Egitto, il primo capolavoro di Tiziano. Forse racconta anche le statue di Canova, i colori di Kandinsky, l’inquietante teschio di Picasso. Stando alle cronache, i soldati sono felici. Non so se siano riusciti ad avere in testa l’immagine corretta dei quadri che la guida gli stava illustrando, ma in fondo non importa. Non importa se hanno capito bene quale scorcio della Senna Monet abbia ritratto o abbiano colto il numero preciso di danzatori nel quadro di Matisse.

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Importa che quella guida sia riuscita a dare vita a immagini, abbia evocato qualcosa, sia riuscita a dare a quei soldati una prospettiva diversa, sulla vita terribile che stavano conducendo.

Vorrei trovare più dettagli su questa storia, oltre a quelli raccontati dal documentario andato in onda su RAI 5 in cui l’ho sentita. Ma quel poco che ne so mi basta per dire che quella guida di cui non conosco il nome, secondo il mio giudizio — che vale poco, pochissimo — è uno dei più grandi narratori del Novecento.

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Sono un fisico dirottato. In passato tanto nonprofit, oggi formazione e consulenza. Provo a raccontare il mio lavoro su www.diffrazioni.it

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