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Caro Daniele, stiamo programmando il 2018 e per l’anno prossimo, in marzo o aprile, pensavamo di pubblicare una nuova edizione di “Istruzioni per un genocidio”.

Luca, direttore editoriale delle Infinito edizioni, mi scrive questa mail lo scorso aprile. Ci mettiamo d’accordo sui tempi di consegna e così, per la terza volta in una quindicina d’anni, provo a rimettere in ordine le cose che ho capito sul genocidio dei tutsi.

Sappiamo chi questo genocidio l’ha commesso e chi ha aiutato a commetterlo. Sappiamo che la cosiddetta “comunità internazionale” non ha difeso chi veniva massacrato perché non le interessava farlo. C’erano degli africani che si uccidevano tra di loro, niente di nuovo sotto il sole.

C’è voluto un po’ per capire — o smettere di negare — che in Rwanda era in corso un genocidio, vale a dire quell’evento per cui la comunità internazionale ha usato mille volte l’espressione «mai più». Quell’evento che le Nazioni Unite, appena nate, avevano solennemente promesso di fermare, ovunque fosse accaduto.

Ovunque.

«Il genocidio è capace di presentarsi là dove meno lo si aspetta, là dove si creda che i baluardi della cultura siano da tempo affermati», scrive Niccolò Rinaldi, in Shoah, Ruanda. Due lezioni parallele. «Nel cuore dell’Europa o nel cuore dell’Africa […] a dispetto di secoli e secoli di civiltà, dell’umanesimo di Goethe e della musica di Beethoven, e dell’antica saggezza popolare africana».

«Ora so che i genocidi sono possibili solo negli stati regolamentati, in cui ognuno conosce il suo posto e neanche l’arbusto più insignificante cresce per caso in un determinato punto».

Questo, invece, è un brano del romanzo Cento giorni di Lukas Bärfuss, uno dei libri migliori per iniziare a capire cosa è successo in Rwanda, nel 1994.

È la terza volta che provo a rimettere in ordine le cose che ho capito del genocidio dei tutsi ma, alla fine, mi sembra di avere sempre meno da dire. A parte questo:

Se pensiamo che il genocidio dei tutsi non ci riguardi, siamo disumani. Se pensiamo che un genocidio da noi non possa più accadere, siamo stupidi.

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