Quando nell’ingranaggio salta una rotella

Claude Eatherly ha fatto quello che doveva fare. È stato pilota dell’aeronautica statunitense durante la II Guerra Mondiale, ha vinto parecchi combattimenti aerei e, al culmine della carriera, ha guidato uno degli aerei che hanno partecipato al bombardamento più famoso — e forse più importante — della storia: quello su Hiroshima.

Il maggiore Eatherly ha eseguito impeccabilmente gli ordini che gli sono stati impartiti. Ed è un fatto che, dopo i bombardamenti atomici, la guerra è finita. Eppure, con l’aver fatto il proprio dovere, Claude Eatherly non riesce a venire a patti. Congedato dall’esercito, entra ed esce dall’ospedale psichiatrico di Waco, nel suo Texas. L’ex pilota riesce a mettere ordine nei suoi pensieri — e nei suoi sentimenti — solo alla fine degli anni Cinquanta, quando entra in contatto epistolare con un filosofo di Vienna, Günther Anders.

Ho letto per la prima volta il loro carteggio una trentina di anni fa e lo scorso 3 giugno ho avuto l’onore di raccontarlo a Wikiradio, trasmissione radiofonica del Terzo canale della RAI.

Tra quella settantina di lettere ci sono dei passaggi che, a mio avviso, interrogano tutte e tutti noi, nessuno escluso. Il tema non è ‘solo’ la distruzione di Hiroshima e il conseguente inizio dell’incubo atomico.

Sembra che noi, esseri umani del XX e XXI secolo, abbiamo imparato molto bene a scaricare le responsabilità. Anders, nelle lettere a Eatherly, sostiene che ciò sia conseguenza della parcellizzazione del lavoro che caratterizza il nostro tempo. Ciascuno di noi fa un pezzo, lo fa coscienziosamente, scrupolosamente. Ci specializziamo sempre di più, salvo perdere di vista il quadro generale e, quando le cose vanno male, dire «beh, io ho solo fatto il mio dovere, e l’ho fatto al meglio che potevo».

Günther Anders propone un accostamento che, la prima volta che l’ho letto, mi ha lasciato sorpreso: confronta la storia di Eatherly con quella di Adolf Eichmann, uno dei massimi responsabili del genocidio nazista degli ebrei, a processo a Gerusalemme proprio mentre Anders ed Eatherly si scambiano lettere.

Il confronto non avviene perché le due tragedie siano paragonabili. Il filosofo è chiarissimo nel dire che i campi di sterminio nazisti furono ben più gravi dei bombardamenti atomici.

L’analogia consiste nel fatto che entrambi hanno funzionato come ingranaggi in un meccanismo ben più grande di loro (anche se la posizione di Eichmann era decisamente più rilevante di quella di Eatherly, nelle rispettive gerarchie). Ma se Eichmann ha usato questo suo ‘essere rotella’ come un’attenuante, addirittura come un’assoluzione, Eatherly non l’ha fatto, anzi. Ha detto, invece, che se in quanto rotella possiamo contribuire a qualcosa di così devastante, dobbiamo rifiutarci di essere rotella.

Non nell’essere antisemiti o promuovere lo sterminio di massa. Ma, piuttosto, nel giustificare le nostre azioni con frasi come «io faccio la mia parte, il resto non mi compete», «io seguo solo le procedure e le direttive, prendetevela con chi le ha scritte», «che volete da me? questa non è mia responsabilità».

La vicenda di Eatherly mi è tornata più volte alla mente, mentre studiavo la storia del genocidio dei Tutsi, avvenuto in Rwanda nel 1994. Quel massacro era evitabile. Ma non lo si è fermato perché alcuni tra i paesi più potenti del mondo — Francia e Stati Uniti su tutti, con il sostegno della Gran Bretagna — hanno boicottato la missione di pace dell’ONU sul posto. A ltri governi si sono mostrati indifferenti e pure i dirigenti delle Nazioni Unite hanno commesso errori di una gravità assoluta.

Quel che mi colpiva, più andavo a fondo nella vicenda, era l’autoassoluzione messa in atto dai capi di governo, diplomatici e dirigenti ONU — tra cui Boutros Ghali e Kofi Annan — che, secondo me, sono corresponsabili di uno dei peggiori crimini della storia. In questo quadro sconfortante emerge la figura di Romeo Dallaire, capo dei caschi blu nel paese che, ha fatto tutto il possibile per evitare il massacro. Tornato a casa è stato colpito da una grave forma di sindrome da stress post traumatico, da cui si è ripreso dopo più di dieci anni e cure psichiatriche intense.

Dallaire continua a chiedersi se ha fatto tutto quello che poteva, per salvare il massimo delle vite umane. Chi, nel Consiglio di Sicurezza dell’ONU ha votato o addirittura promosso la riduzione del contingente di caschi blu a un decimo di quella iniziale — anziché rafforzarla — ha continuato la propria carriera indisturbato, senza sentirsi responsabile di nulla.

Ma se il non sentirsi responsabili è un problema, da dove cominciarea combattere questa tendenza? Dovremmo andare tutte e tutti a lavorare in qualche organizzazione nonprofit, dedita al bene della società? No, non sarebbe una soluzione, per almeno tre motivi. Primo, perché c’è bisogno di fare anche tanti altri lavori. Secondo, perché il solo fatto di stare in una nonprofit non risolve: non è detto che ciò significhi che si sta migliorando la società e il mondo (avendo passato una trentina d’anni tra ONG e cooperative — sia per lavoro sia per volontariato — mi sono fatto l’idea che la situazione sia un po’ più complessa). Terzo, non è affatto detto che un lavoro profit non contribuisca al bene della società, al contrario!

Un altro approccio è quello di essere consumatori consapevoli. Ad esempio, quando mangio, devo tenere conto dell’impatto dell’industria alimentare sul cambiamento climatico. Quando scelgo uno smartphone devo preoccuparmi dello sfruttamento che sta dietro la sua produzione, in Africa e in Asia. Sì, credo che questo atteggiamento sia corretto, solo che il mio raggio d’azione è per forza limitato. Non riesco a stare dietro a tutto, con la mia massima buona volontà.

Ma quello che forse ci insegna la vicenda di Claude Eatherly è più semplice e più rivoluzionario al tempo stesso. Possiamo cominciare dal nostro lavoro. Possiamo chiederci se ci è chiaro non solo il nostro ruolo di rotella — grande o piccola — ma anche quello che combina l’ingranaggio di cui facciamo parte, grande o piccolo che sia.

Possiamo osservare noi stessi e segnarci tutte le volte che pensiamo «… questo non spetta a me». Possiamo prestare attenzione a quelle occasioni in cui, quando succede un guaio, invece di ragionare sulla soluzione, ci chiediamo «ho fatto qualcosa di sbagliato?».

Questi sono atteggiamenti umanamente comprensibili. Lo dico con autoindulgenza perché mi ci ritrovo spesso, per non dire sempre: mi piace pensare che quando succede un disastro non sia per colpa mia.

È umano, certo, ma è anche inutile.

Sentirsi responsabili significa invece caricarsi sulle spalle — almeno un po’ — quello che succede intorno a noi. Trovare qualcuno da maledire per le cose che non vanno è piuttosto facile e può dare un mimino di sollievo. Ma è una soluzione effimera. Credo sia meglio accettare che la nostra condizione sia spesso quella di una rotella e, al tempo stesso, riconoscere che ciò non ci esime dal sentirci responsabili e provare a migliorare le cose.

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Sono un fisico dirottato. In passato tanto nonprofit, oggi formazione e consulenza. Provo a raccontare il mio lavoro su www.diffrazioni.it

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