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Liberarsi dai social, senza liberarsene

Fuga dai social

Un libro che, dopo averlo letto, mi spinge a cambiare i miei comportamenti, mi sembra un libro importante. E in effetti, la prima cosa che ho fatto dopo avere letto Come i social hanno ucciso la comunicazione è stato quello di mollare i social. In ciò sono stato agevolato dal fatto che, quando l’ho terminato, iniziavano due settimane di vacanze al mare. In ogni caso non è poi così vero: ho continuato a frequentare Goodreads, Linkedin e Medium (dopo le vacanze). Più che altro ho drasticamente ridotto la mia presenza su Facebook e Twitter, dove però ho ancora un account.

Guido Bosticco e Giovanni Battista Magnoli Bocchi, i curatori del libro, dichiarano di non aderire al movimento ‘social exit’. Insomma, il loro obiettivo non è innescare un fuggi fuggi dai principali social network planetari. Piuttosto ci invitano a dare un senso alla nostra presenza sui social. Senso che non può essere solo ‘voglio essere visibile’.

Nutrire la bestia

Dubito esistano bestie così stupide da perdere il proprio tempo in sgangherate discussioni sull’argomento del giorno. Gli unici a farlo siamo noi esseri umani e, infatti, la bestia che i social nutrono siamo noi. Ci viene proposto un tormentone, sul mondo della cultura, del gossip o della politica, e noi ci lanciamo a dire la nostra, dandoci pacche sulle spalle con chi la pensa come noi e ringhiando contro chi la pensa diversamente.

Quel che mi ha fatto capire questo libro è che ciò accade non solo perché noi utenti dei social siamo un po’ tonti, ma anche perché i social funzionano così. «Piacerete sempre e sicuramente a chi già piacete, vi leggeranno con piacere tutti quelli che già vi leggevano e commenterà chi ha sempre commentato», scrive Elia Belli nel capitolo Come li usate (e loro usano voi). «E tutti gli altri? Tutti gli altri non saranno intercettati dalle vostre comunicazioni o dai vostri messaggi». Lo spazio per il confronto, per lo scambio è ridotto ai minimi termini. «Il massimo che fate sono incursioni su bacheche o profili di chi la pensa in modo opposto al vostro semplicemente per litigarci e ritornare ancora più confortati nelle vostre solide credenze».

Menti chiuse

«Se camminiamo per strada in una città sconosciuta dall’altra parte del mondo, potenzialmente potremmo incontrare chiunque, il nostro vicino di casa come il papa. Sul web no. Sui social network men che meno. Tutto parla di noi a noi stessi, tutto è personalizzato, frutto di profilazione, tutto è la risultante dei nostri gusti, dei nostri comportamenti, dei nostri acquisti, dei nostri percorsi, dei nostri like», spiega Guido Bosticco nel capitolo Il loro fallimento nella crisi. Il che mi ricorda un po’ la scena di Corrado Guzzanti sul nuovo medium che ti permette di parlare con l’aborigeno. La risposta alla legittima domanda di Guzzanti è che, con l’aborigeno, è ben difficile che i social network ti facciano parlare. E non solo con lui, ma con tutti quelli che, potenzialmente, non incontrano i tuoi gusti e orientamenti. Ma allora che ci stiamo a fare, sui social, se ci rimandano solo cose note? Dovremmo prendere esempio da Gordon Gekko, e dal suo «andiamo, amico, dimmi qualcosa che non so».

Dall’imbarazzo ai falsi miti

Il libro è ricco di spunti e riflessioni e, come spiega Bosticco, analizza quattro tra i «molti aspetti che sono profondamente coinvolti nella nostra relazione con i social network» quello individuale, quello politico, quello delle giovani generazioni e quello delle aziende. Mette in luce quelli che definisce i ‘cortocircuiti imbarazzanti’ — «una cantante insultata per aver difeso i migranti, una campionessa paraolimpica minacciata di stupro, una senatrice a vita reduce da Auschwitz inondata di insulti razzisti». Ci fa riflettere su come abbiamo sbattuto in piazza la nostra intimità e quanto sia illusorio il mito di una nuova democrazia («la persuasione del singolo è, infatti, ancora appannagio del far west informativo. E i social hanno peggiorato la situazione», scrive Giovanni Battista Magnoli Bocchi).

Usiamo i nostri strumenti. Poi anche quelli degli altri, ma prima i nostri

Dunque, che fare? Tanto per cominciare, «la comunicazione di un’impresa o di un’organizzazione deve essere capace di navigare in un universo in cui la propria immagine non viene mai data in modo definitivo, ma si costruisce in modo fluido, per accumulo di frammenti che attraversano i vari media e si ricombinano», propone Roberta Franceschetti, ne La testa delle nuove generazioni.

E per ragionare sul che fare come aziende, molti spunti arrivano anche dal saggio di Arianna Girard che scrive «i soggetti (persone e aziende) iper-comunicanti sono tutti quelli che hanno smesso di dedicare attenzione al proprio orecchio e sono molto più preoccupati di raggiungere il maggior numero possibile di orecchie altrui, a costo di ridurre all’osso il messaggio».

Ha senso, cioè, gettarsi mani e piedi nelle mani di un soggetto esterno con sue regole e modalità di funzionamento su cui la nostra possibilità di intervento è ridotta ai minimi termini?

Action, then words

D’accordo, è una molto riconoscibile parafrasi dei Def Leppard. Ma, in sintesi, è una delle prospettive offerte nel contributo finale di Guido Bosticco, a cui un saggio e vecchio amico diceva

Chiunque abbia passato del tempo — in modo sano, sia chiaro — in organizzazioni governative o associazioni con obiettivi dal forte impatto sociale, una frase del genere la sottoscrive di corsa. Se non stai in Amnesty International con l’obiettivo di togliere ad Amnesty la ragione stessa di esistere — cioè il fatto che nel mondo ci siano le violazioni dei diritti umani — devi prendere al più presto la porta.

Allo stesso modo, se stiamo sui social perché vogliamo essere visibili, meglio chiudere i nostri account. Prima cerchiamo di chiarirci quello di cui abbiamo bisogno per quello che vogliamo fare. Partiamo dalle nostre azioni, e non dal tema del giorno su cui — davvero — nessuno ci obbliga ad avere un parere (e anche se ce l’abbiamo, il mondo può farne a meno).

Una volta che ci si è chiariti su questo, allora — ma solo allora — si può anche andare sui social a vedere se servono a qualcosa. Come questo libro, insomma, che a me sta servendo molto.

Sono un fisico dirottato. In passato tanto nonprofit, oggi formazione e radio. La mia casa, in rete, è www.diffrazioni.it

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