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What we want
And what we need
Has been confused
(REM — Finest Worksong)

Lo scarico del lavandino da tempo fatica a svolgere la sua funzione principale. L’acqua va giù solo dopo svariati minuti. Con lo sturalavandino pneumatico sono già intervenuto più volte, senza successo. I prodotti liquidi, il cui potere sbloccante è magnificato dalla pubblicità, li rifuggo come la peste: o sai cosa davvero intasa i tuoi tubi e usi il solvente adatto, o rischi di produrre danni tremendi.

Dunque, armato degli attrezzi necessari e con l’assistenza di mio figlio — assistenza un po’ intermittente, com’è comprensibile per un bimbo che compirà cinque anni solo tra due mesi — sabato faccio quello che va fatto: smonto e ripulisco i tubi di scarico.

L’intervento è un successo, perché ho modo di constatare la concretezza del problema, nonché rimuovere lo zozzume. Il rimontaggio, a sua volta, non è particolarmente problematico. Alla fine raggiungo quell’appagamento che mi porta a dire “la laurea in fisica non so, ma il diploma di perito tecnico industriale certo non l’ho sprecato”.

La casa d’epoca

Senonché, a tarda ora, noto il gocciolio proveniente da un altro tubo. Uno di quelli d’ingresso, quello che porta l’acqua calda, a essere precisi. Prima, trafficando, l’avevo smosso e ora, proprio nel punto in cui è collegato al muro, sta gocciolando. Il sintomo non è granché e forse neanche il problema. Magari è solo la guarnizione da cambiare.

Smonto, e ottengo la conferma: la guarnizione è da cambiare, ma anche tutto quello che ci sta intorno. Il precario equilibrio in cui il tubo si trovava è stato alterato dal mio intervento in zone adiacenti. Il pezzo in questione è roba d’antiquariato: il fascino delle vecchie case. Fatto sta che dopo qualche mia manovra, il tubo cede, definitivamente. Mi dò del cretino, ma con moderazione: qualcosa dovevo provare a fare e, inoltre, il dramma credo si sia consumato prevalentemente a causa delle critiche condizioni dell’oggetto sotto i miei ferri.

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Finalmente domenica

La mia idiozia, semmai, sta nel fare questi lavori di domenica. I negozi sono chiusi, eccezion fatta per Leroy Merlin, che però è un po’ fuori mano. Vallo a trovare un tubo nuovo. Ma, in fondo, l’obiettivo è arrivare a lunedì. Oggi dobbiamo poter usare l’acqua senza allagare casa, il che sarà possibile se riesco a tappare quel buco nel muro dov’era attaccato il vecchio tubo.

La toppa che non toppa

Ovviamente il tappo adatto, quello che si avvita, non ce l’ho. Così provo diverse soluzioni, che coinvolgono fil di ferro, nastro adesivo del genere a super tenuta — quello grigio da 5–7 euro al rotolo, per chi lo conosce — vecchie e nuove guarnizioni, rondelle, teflon. Ho pure l’idea di utilizzare la plastilina con cui gioca Cosimo. È tutto inutile: basta aprire poco il rubinetto centrale che i tappi saltano o si lacerano. La pressione, che spesso è incerta, in questa vecchia casa, spazza via tutto.

Il tempo stringe, anche perché ho promesso a Cosimo che l’avrei portato al parco. Così mi chiedo cosa farebbe George al mio posto, la scimmia che si trova di fronte a problemi che spesso e volentieri lui stesso ha generato. Ma, soprattutto, mi chiedo di cosa davvero ho bisogno.

Quello che voglio, quello che mi serve

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Il problema è tappare il buco o non allagare la casa quando usiamo l’acqua? La seconda, soprattutto confidando in una soluzione definitiva nel giro di 24 ore. Considerato che a tappare quel buco non ce la faccio, posso a venire a patti con l’acqua che esce? E così le faccio una proposta.

«Cara acqua, esci pure ma, se non hai niente in contrario, ti mando nella vasca da bagno».

Enantiodromia idraulica

Tra i modi per affrontare conflitti che ho imparato da Paolo Vergnani, c’è quello dell’enantiodromia. La parola si deve a Eraclito, filosofo greco vissuto a cavallo tra il V e il IV secolo Avanti Cristo. È la corsa agli opposti, è il ribaltare la propria strategia difensiva: se non ce la fai a spingere, prova a tirare.

In idraulica l’ho applicata in questo modo: visto che non ero assolutamente in grado di impedire all’acqua di uscire, le ho offerto un tappeto rosso (leggi camera d’aria di bicicletta), salvo mandarla dove mi tornava comodo.

Ma si può applicare in modo più ampio, nella convivenza con altri esseri umani. Magari a cominciare dall’impresa che traffica nell’alloggio del vicino. Protestare per il rumore che fa alle 7.30 del sabato mattina non servirà a molto, gli operai hanno un lavoro da fare per qualcuno che li paga, che non sei tu. Prova, piuttosto, a offrire loro il caffè.

Funziona? Alle volte sì, alle volte no. Che è già meglio dei risultati che si ottengono con l’altra strada, quello dello scontro: quella non funziona mai.

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Sono un fisico dirottato. In passato tanto nonprofit, oggi formazione e consulenza. Provo a raccontare il mio lavoro su www.diffrazioni.it

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