Il clima e la nostra cecità

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Photo by Ricardo Esquivel from Pexels

La grande cecità. Il cambiamento climatico e l’impensabile, di Amitav Ghosh

«Immagina. Puoi», diceva George Clooney nella pubblicità di una compagnia telematica di qualche anno fa. Ma di fronte a un particolare problema, estremamente concreto, neppure le migliori narratrici e i migliori narratori riescono a immaginare granché.

«Basta scorrere le pagine delle più autorevoli riviste letterarie in lingua inglese […] Quando il tema del cambiamento climatico fa capolino in queste pubblicazioni, si tratta quasi sempre di saggistica; difficile che in tale orizzonte compaiano romanzi e racconti».

La letteratura non riesce a parlare di quella che è la più grande emergenza del nostro tempo e una delle più spaventose di sempre, nella storia dell’umanità: l’emergenza climatica. È questa la grande cecità di cui parla Amitav Ghosh. D’altra parte non ci riesce egli stesso, cosa di cui ovviamente si rende conto.

Dopo di lui, sul cambiamento climatico hanno scritto grandi nomi come Jonathan Safran Foer, Fred Vargas, Jonathan Franzen, Andri Snær Magnason. Nessuna di queste penne, però, ha composto un romanzo, sull’emergenza climatica: tutti saggi. (Trovo curioso che, invece, con il romanzo si sia cimentato sul tema un affermato saggista, il fisico teorico JIm Al-Khalili, di cui nel 2019 è uscito Sunfall, pubblicato in Italia da Bollati Boringhieri).

Naturalmente Ghosh cerca di capire il perché di questa lacuna. Perché anche «Arundhati Roy, che non è solo una delle prosatrici più sottili e raffinate del nostro tempo, ma anche un’attivista appassionata e informatissima dei cambiamenti climatici», quando parla dell’emergenza climatica «ricorre a forme non narrative»?

Amitav Ghos, nella prima parte del libro tenta delle risposte una delle quali è queste: la letteratura si è molto rinchiusa nella sfera personale, nell’intimo e ha abbandonato i grandi temi sociali e politici. Chi si cimenta con quello che potrebbe essere il mondo cambiato dal cambiamento climatico, lo fa nell’ambito della fantascienza (e in ogni caso credo che accada più nelle serie televisive che tra le pagine dei libri).

Dopo le prime pagine, Ghosh esce dall’ambito letterario e s’interroga sulla cecità di fronte a questa emergenza che colpisce un po’ tutte e tutti, non solo chi vive di ciò che scrive. Lo fa parlando anche di sé e della propria famiglia. Si è trovato «costretto ad affrontare una questione che s’impone a chiunque si prenda la briga di informarsi sul cambiamento climatico: cosa posso fare per proteggere i miei cari, adesso che so cosa ci aspetta?».

Poi abbandona ogni remora e, lasciata da parte la riflessione sulla cecità, veste in pieno i panni del saggista. Si focalizza sull’Asia e sull’India, ragionando in prospettiva storica in modo secondo me molto interessante. Qui Ghosh affronta un tema che entra spesso nel dibattito sull’emergenza climatica e che si potrebbe riassumere in una battuta: se i colossi asiatici come Cina e India cominciano a emettere gas serra come in passato — e in parte anche oggi — hanno fatto Europa e Nord America, siamo spacciati.

Lo scrittore indiano si chiede, innanzitutto, perché non l’abbiano ancora fatto — e la risposta la trova soprattutto nel colonialismo — ma non dà affatto per scontato che l’Asia sia costretta a ripercorrere la strada occidentale. «In qualunque ragionamento sulla giustizia climatica, bisognerebbe tener conto anche di questo aspetto: che tanto in India quanto in Cina, le due nazioni oggi spesso biasimate per aver aggravato la crisi climatica, un numero significativo di persone ha compreso, molto prima che i climatologi fornissero i dati necessari ad avvalorarlo, che la civilità industriale era soggetta a limiti di crescita, e sarebbe collassata qualora fosse stata adottata dlalla maggioranza della popolazione del paese».

La terza e ultima parte del libro è dedicata alla politica, ed è piena di contraddizioni, com’è la politica di fronte a questa situazione. Da un lato Ghosh documenta che a essere più consapevoli della crisi climatica — tra coloro che guidano i paesi occidentali — sono i militari, dall’altro i politici pensano che la soluzione possa essere quella armata: noi che saremo meno colpiti dall’emergenza climatica tireremo su muri e spareremo contro coloro che cercheranno di fuggire dai loro territori devastati dal riscaldamento globale.

Su questo ultimo punto, però, va fatta una considerazione: il libro di Ghosh è uscito nel 2016, cioè moltissimo tempo fa, nella scala di cosa sta succedendo sul tema del cambiamento climatico. Ad oggi, chiunque sia consapevole dell’emergenza in corso, sa che colpirà ovunque. Chi crede che il cambiato climatico sia solo una grande frottola continua certo a vivere tranquillo. Ma chi invece ne ha preso coscienza, soprattutto se vive in alcune zone degli Stati Uniti o nell’Europa meridionale, sa bene di non essere al sicuro.

Anche per questo, l’emergenza climatica non è una questione da ‘ambientalisti’. È una questione politica e di giustizia e riguarda ogni persona della terra, dovunque viva.

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