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Sto lavorando a una nuova edizione di un libro in cui racconto il genocidio dei tutsi, avvenuto in Rwanda nel 1994. Oggi ho contato le volte in cui, nelle circa duecento pagine del volume, ricorre la parola ‘difesa’. Sono 52, vale a dire una volta ogni quattro pagine.

In almeno la metà dei casi, questa parola la usano coloro che hanno pianificato e compiuto il genocidio. Non negano il massacro — e come potrebbero farlo, vista l’enormità della carneficina? — ma dicono che è stata solo la reazione a un attacco. È stata la difesa dall’aggressione dal Fronte Patriottico Rwandese.

Le squadre di delinquenti che ammazzavano nelle case, per strada, nelle chiese, si chiamavano ‘gruppi di autodifesa’, anche quando dovevano ‘difendersi’ — cioè massacrare — da dei bambini.

Non so quante parole siano state usate in modo così indecente, nel corso della storia. Le leggi razziali del 1938 non si chiamavano «Leggi contro gli ebrei». Si chiamavano «Leggi per la difesa della razza», a voler far credere che gli italiani erano in pericolo per colpa degli ebrei.

Chi, oggi, non vuole riconoscere i diritti di chi ha un orientamento sessuale diverso da quello eterosessuale, sostiene che bisogna «difendere la famiglia». Famiglia i cui unici attacchi, in Italia, li subisce da una classe politica incapace di sostenerne lo sviluppo, ma poco importa.

E chi non riconosce la dignità di persone nate in Italia ma di origine africana, asiatica o anche latino americana, sostiene che lo Ius Soli va respinto. Perché? Per «difendere i valori e la cultura italiani» che, evidentemente, sarebbero attaccati da 800.000 ragazzi che hanno studiato e sono cresciuti nelle nostre scuole, immersi cioè nella cultura italiana.

È diventata brutta, molto brutta, la parola difesa. Per quanto mi riguarda, cercherò di usarla sempre meno e sempre con maggiore attenzione, salvo quando devo spiegare a mio figlio che, giocando a scacchi, va bene attaccare, ma deve anche pensare a difendersi.

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Sono un fisico dirottato. In passato tanto nonprofit, oggi formazione e consulenza. Provo a raccontare il mio lavoro su www.diffrazioni.it

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