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Foto di RF._.studio da Pexels

L’ENI e il Festival della Letteratura

Non sono così naive da pensare che operare nel mondo della letteratura implichi l’essere in prima linea contro l’emergenza climatica. Ma se il più importante festival italiano del settore ha tra gli sponsor principali l’ENI, credo che qualche parola sulla propria scelta le dovrebbe spendere. L’ENI, infatti, fa parte di quelle cento industrie che sono responsabili del 71% delle emissioni di gas serra dal 1988 al 2015.

Sia chiaro che ENI non appartiene al gruppo — sempre meno folto, peraltro — di chi nega il cambiamento climatico e le tragedie che sta causando e sempre più causerà. Anzi, ENI guarda avanti e ha preso l’impegno di ridurre dell’80% le proprie emissioni di gas serra. Ma questo impegno, per quanto ambizioso, è molto lontano da quello di cui c’è bisogno, molto lontano da quello che ci si potrebbe aspettare da ENI.

Perché ENI punta molto sul gas naturale, che non è affatto una soluzione al cambiamento climatico. Ma ancor più perché, almeno sino al 2025, ENI conta di accrescere ogni anno del 3,5% la propria produzione di gas e petrolio. Il che non è conciliabile con la grande emergenza che stiamo vivendo.

Dunque, tra ENI e Festival della Letteratura c’è un dialogo o una giustificazione?

ENI è a Mantova perché, insieme a esponenti della cultura vuol parlare delle proprie difficoltà, delle proprie contraddizioni e di come intende affrontarle? Oppure ne ricava soprattutto una giustificazione, nel senso di vedersi accreditata come azienda attenta a temi e problemi non strettamente legate alla sua attività imprenditoriale?

Non ho motivi per dubitare dell’interesse della grande multinazionale in favore della letteratura e della sua diffusione. Nemmeno ho elementi per sostenere che i dirigenti dell’ENI siano in malafede: magari credono di fare il loro meglio, per combattere l’emergenza climatica e, al tempo stesso, mantenere in vita la propria azienda, anche se a me pare evidente che potrebbero e dovrebbero fare molto di più (o di meno, uscendo rapidamente dal settore dei combustibili fossili).

Ma è sul versante della letteratura che mi aspetterei qualcosa di più.

Amitav Gosh, scrittore, giornalista e antropologo indiano, nel 2017 ha pubblicato La grande cecità. «Quando parlo di grande cecità mi riferisco al modo in cui, nel nostro tempo, sembriamo incapaci di affrontare alcuni aspetti della nostra idea di mondo», dichiara durante il festival di Internazionale del 2017. «Il rapporto tra letteratura e realtà è necessariamente complicato. Penso che il rapporto tra gli esseri umani e il mondo che li circonda sia da millenni una parte essenziale di qualsiasi attività letteraria. Oggi invece abbiamo una letteratura incredibilmente incentrata sull’essere umano. È una letteratura staccata dal mondo che ci circonda».

In questo stesso intervento, Gosh si chiede perché nessun regista o nessuno scrittore che abita a New York abbia prodotto un film o un romanzo sull’uragano Sandy, che nel 2012 ha colpito duramente la Grande Mela. Non saprei rispondere, ma è vero che dal 2017 a oggi, alcuni scrittori parecchio famosi, di cambiamento climatico hanno cominciato a scrivere: l’ha fatto Jonathan Safran Foer, l’ha fatto Fred Vargas,

Anche se non di romanzi si tratta, bensì di saggi, credo che la letteratura potrebbe avere un ruolo, in questa faccenda del cambiamento climatico. A mio parere non incitando ai boicottaggi, ma favorendo il dialogo. Forse si potrebbe fare anche a Mantova, promuovendo non un dialogo sponsorizzato dall’ENI, ma un dialogo sull’ENI.

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Sono un fisico dirottato. In passato tanto nonprofit, oggi formazione e consulenza. Provo a raccontare il mio lavoro su www.diffrazioni.it

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