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Photo by Markus Spiske from Pexels

Cercasi nuovi modi per raccontare il cambiamento climatico

Almeno sino ai primi di marzo, i miei pensieri principali erano questi tre: famiglia, lavoro, cambiamento climatico. C’era anche spazio per molto altro, e aggiungo che ‘famiglia’ e ‘lavoro’, per me implicano anche parecchio divertimento (sono fortunato, lo so). Nondimeno, in una classifica delle cose che più mi ronzano in testa, l’emergenza climatica sale sul podio, da almeno un paio di anni: ho preso coscienza di quanto sia determinante nel futuro di mio figlio, di altri giovani che amo, come i miei nipoti e di tutti i loro amici.

In prima battuta, questa mia attenzione si è tradotta in letture, in tentativi di capirci qualcosa di più. Mi sono abbonato al New York Times online, dopo aver letto dei suoi straordinari reportage su come il clima che cambia danneggia alcuni patrimoni UNESCO. Ho iniziato a consultare — e sostenere — il Guardian, forse il giornale al mondo più avanzato nel parlare di questa tragedia. Mi sono iscritto a Medium.com, anche perché è sempre pieno di articoli di buona qualità sull’argomento.

In seconda battuta, ho cercato di fare rete. Ho finalizzato la mia presenza su Twitter al connettermi con persone che, in tutto il mondo, ragionano e si confrontano sul cambiamento climatico. Sono entrato in contatto con alcune attiviste di Fridays For Future di Torino. Così da capire concretamente cosa sia possibile fare.

Poi è arrivata la pandemia e il lockdown. E nella classifica dei miei pensieri, il cambiamento climatico è velocemente sceso di varie posizioni. Non perché abbia cambiato idea. Ho continuato a ritenerlo il problema più importante, a cui dare la massima priorità. La pandemia farà un sacco di danni — forse più sul piano economico e sociale che su quello sanitario— ma ce la lasceremo alle spalle. Il cambiamento climatico no. I suoi danni si estenderanno per secoli e la posta in gioco non è superarlo, è limitare i danni. È rendere la vita degna di essere vissuta nonostante i disastri che stiamo realizzando e proiettando nel futuro.

Se ho depriorizzato il cambiamento climatico è perché, semplicemente, nella mia testa è entrato altro.

Il confinamento in casa di mio figlio di sette anni, con la conseguente perdita di lezioni e della socialità. La salute delle persone più anziane della famiglia. La necessità di cambiare il lavoro: no, non di cercare un altro lavoro, ma di trasformare radicalmente quello che facciamo, nella società di cui sono parte (ci occupiamo di formazione, tramite interventi in aula e grandi eventi. Si può capire che siamo stati un po’ scombussolati, al pari di tanti altri, sia chiaro).

Ci ho messo un attimo a capire che parlavo prima di tutto di me stesso. Dove trovo non il tempo ma la spinta a continuare a mettere la testa anche su questo problema? Non è già abbastanza stressante dover affrontare il virus e le sue conseguenze’

Poi, poche sere fa, benché la pandemia sia tutt’altro che sconfitta, ho guardato oltre l’ossessione del virus. Così ho letto un lungo articolo sul cambiamento climatico. Parlava di chi ha deciso di non avere figli, perché vede solo un futuro terribile. Sono andato a letto di pessimo umore, parecchio sconsolato, e ho cominciato a riflettere su cos’era successo in questi due mesi.

Le urgenze di queste settimane mi hanno distolto dall’emergenza climatica, che pure mi appassiona da parecchio. Perché dovrebbe essere diverso per molte altre persone? Sia chiaro: non parlo di chi — come alcuni politici o dirigenti di alcune industrie — per tornaconto personale nega o minimizza la situazione.

No, parlo di chi non si occupa di problemi più ampi e magari più grandi — come appunto ail cambiamento climatico, ma non solo — perché ha altro per la testa. O perché non riesce a caricarsi anche queste cose sulle spalle.

Per queste persone — che sono esattamente come me, che di fronte al problema nell’immediato trascuro quello in arrivo, anche se parecchio più grande — credo sarebbe utile un nuovo tipo di comunicazione. Su come debba essere, non ho ancora le idee chiarissime. Penso di aver però capito come non deve essere. E quelle poche cose che mi pare di aver capito, forse, valgono per tutte le situazioni di difficoltà ed emergenza.

  1. Il tono apocalittico non serve. Lo usiamo spesso, e forse nel caso del cambiamento climatico ha senso farlo, perché la situazione è parecchio brutta: per titolare qualche articolo o post ci può pure stare. Ma solo lì. Non vado forte in teologia, però mi pare che di fronte all’Apocalisse puoi solo star lì ad aspettare di sapere se vai a finire tra i buoni o tra i cattivi. Qui è diversa, qui ci sono un sacco di cose da fare, altro che aspettare.
  2. Anche se le difficoltà fanno paura — e sa il cielo stellato quante cose che fanno paura arrivano con il cambiamento climatico — non sono le paure a farci fare le cose giuste. Una facile conferma arriva dai molti politici che trovano consenso puntando sulle paure. Ne conosciamo uno che, una volta ottenuto il potere in questo modo, riesce a costruire qualcosa?
  3. Frasi che finiscono con «… ma a nessuno importa!» vanno abolite. Perché sono traducibili come ‘io che la dico sono la formica consapevole e responsabile, tu che la ascolti sei la scriteriata cicala che pensa solo a godersela e non capisci cosa succede’. Non credo sia il modo migliore per farsi ascoltare.
  4. Lasciamo l’affascinante figura di Cassandra nella mitologia greca. Primo, è raro che ci sia una sola persona che ha capito come stanno le cose (nel caso del cambiamento climatico si tratta di una sterminata comunità scientifica che si occupa della questione). Secondo, Cassandra era condannata a non essere ascoltata, poteva anche tacere e passare il suo tempo a gozzovigliare con amici, tanto era lo stesso. Di nuovo, non è la situazione in cui ci troviamo noi.
  5. Cerchiamo la massima concretezza, parlando di cose altamente probabili ed evitiamo le immagini suggestive ma irrealistiche. Cosa facciamo di fronte a uno scenario tremendo ma poco probabile? All’inizio siamo colpiti dal ‘tremendo’, poi ci spostiamo sul ‘poco probabile’ e ci ammosciamo. Per capirci, l’immagine con la pianura padana allagata a fine secolo, che s’è vista girare in rete, è inverosimile. All’opposto, una pianura padana arsa dal sole e infestata da zanzare che portano malattie anche mortali è decisamente più probabile (e non meno inquietante, secondo me).
  6. Beh, qualcuno che sta facendo una comunicazione che va nella giusta direzione, a mio avviso già c’è. Vale la pena ascoltare il podcast Emergenza Climattina di Giovanni Mori.
  7. Le giovani e i giovani di Fridays For Future sono un altro esempio straordinario. Anche nel periodo più difficile della pandemia, non hanno mai mollato un colpo, e appena hanno potuto sono tornate in piazza. Parlano con nettezza e durezza verso istituzioni e imprese, come dev’essere. Ma sono inclusivi e dialoganti con le persone comuni, anche con quelle che li sbeffeggiano. E, soprattutto, anche laddove usano messaggi duri, apparentemente apocalittici (vedi punto 1) invitano sempre e comunque all’azione. Ci possono insegnare molto e, almeno per quanto mi riguarda, gli sono grato perché è da loro che arriva il più bel segnale di speranza che posso trovare in giro.

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Sono un fisico dirottato. In passato tanto nonprofit, oggi formazione e consulenza. Provo a raccontare il mio lavoro su www.diffrazioni.it

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